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Il silenzio nella vita e nella psicoanalisi

/ Blog Psicologico

Dare voce al silenzio significa aprire un contenitore con molte sfumature, esso non attiene solo alla semplice assenza di parola, alla comunicazione non verbale ma assume significati diversi in base al contesto di riferimento.

L’arte, un particolare linguaggio espressivo, utilizza il silenzio. Nella poesia la punteggiatura porta il silenzio tra le parole, nella musica il simbolo della pausa segnala l’importanza del silenzio per la melodia musicale. Nell’arte figurativa il silenzio prevale, essa è esclusa dalla parola e dal suono.

Il silenzio nell’amore e come forma di distrazione

Il silenzio nella vita acquista significato anche nell’innamoramento, una piccola follia, differente dall’amore. Gli amanti sperimentano un’intimità dove le parole possono anche essere qualcosa di troppo, mentre il silenzio diventa il luogo in cui, per la particolare empatia fusionale che si genera tra le due persone, si condivide ogni pensiero, sensazione ed emozione.

Il silenzio nella vita in alcuni individui fa paura, è in grado di terrorizzare alcune persone. Non è raro il caso di soggetti che trovandosi soli in casa abbiano bisogno di contrastare l’esperienza del silenzio mettendosi a telefonare a qualcuno, accendendo contemporaneamente televisore e radio.

C’è il bisogno di distrarsi con qualcosa per non sentire “il rumore” dei propri pensieri, di quei pensieri non ancora pensati che il soggetto vuole assolutamente evitare di incontrare.

Le psicopatologie legate al silenzio

Il silenzio è presente anche in alcuni quadri psicopatologici: come è possibile osservare nelle manifestazioni psicotiche di soggetti in stato catatonico, nell’autismo, nella malattia psicosomatica e quella depressiva dove il silenzio, sia in senso stretto che lato, occupa un posto di primo piano.

Gran parte del funzionamento del corpo biologico avviene in modo silenzioso, noi non lo percepiamo, ne possiamo sentire la marcata presenza solo quando lo esponiamo eccessivamente a degli stress o nella malattia.

Negli stati di malattia fisica, anche quelli più “innocui”, il corpo emerge dal silenzio e si fa sentire attraverso sensazioni fisiche che vanno da qualcosa di fastidioso fino ad arrivare al dolore acuto.

Certe gravi malattie fisiche si generano nel silenzio più assoluto, a volte vengono scoperte accidentalmente dopo aver fatto normali controlli di routine. La persona non ne percepiva affatto l’esistenza.

Mi viene a questo punto in mente, nell’idea di stabilire un raccordo integrativo tra lo psichico ed il fisico, Freud che nel descrivere la pulsione di distruzione così si esprime: “questa pulsione rimane muta finchè agisce all’interno come pulsione di morte; noi l’avvertiamo soltanto quando si volge all’esterno come pulsione distruttiva” (Freud, 1938, p.577).

Eclissi corporea

Anche il Prof. Perrotti nei seminari ci ricordava che la pulsione di morte agisce in modo silenzioso e sosteneva che quando non era al momento percepita dal soggetto stava in realtà lavorando da qualche altra parte nella mente.

E’ noto che nell’iniziale sviluppo psichico, il neonato sia invaso da marasma sensoriale proveniente dalla propria corporeità che, gradualmente, viene reso “silenzioso” attraverso significazioni effettuate dalla figura materna nel maternage.

E’ Ferrari (1998) l’autore a cui dobbiamo tanta ricerca in questa direzione, quella relativa agli studi sull’eclissi del corpo, dunque la necessità di porre in ombra sensazioni ed emozioni, per avere uno spazio mentale libero ove poter pensare.

L’esperienza psicoanalitica

Una terapia psicoanalitica ha come obiettivo che il paziente acceda gradualmente a se stesso attraverso un lavoro che viene svolto insieme al suo analista.

Questo lavoro è reso possibile da una collaudata metodologia che include la collaborazione dell’analizzando e poggia su un solido sistema teorico-clinico, come pure su una profonda psicoanalisi personale effettuata dall’analista.

Il dispositivo tecnico per la realizzazione dell’esperienza psicoanalitica è chiamato “setting psicoanalitico”, che com’è noto è fatto da regole formali e una certa disposizione mentale. Il veicolo attraverso il quale si mette in moto l’esperienza psicoanalitica è la parola ed il suo contrario, il silenzio. In ogni conversazione c’è chi parla e chi sta in silenzio.

Il ruolo del silenzio nel dialogo

Nel dialogo tradizionale la parola è considerata l’elemento più significativo, il silenzio svolge il ruolo secondario di pausa, di attesa prima di poter dire qualcosa. Invece nel dialogo analitico entrambe vengono considerate con una speciale importanza.

La parola in analisi gioca un ruolo di primo piano, non a caso l’analisi è stata definita come “talking care” e ben presto il paziente apprende che quello che afferma ha un valore, comprende che la parola in analisi non è vuota, scopre che la parola è qualcosa di diverso dall’uso che ne facciamo nella vita comune, dove si afferma qualcosa così, “tanto per dire”.

Ma scoprire la parola con la P maiuscola è possibile solo attraverso il suo contrario, il silenzio. Il silenzio serve per ascoltare davvero le parole, le proprie e quelle dell’altro, serve per sottrarle alla mortificazione della chiacchiera che spesse volte totalizza la persona.

Il silenzio è utile ad accorgersi che le proprie parole possono essere cariche di rigidi significati. Ma l’importanza del silenzio in analisi non si limita a queste brevi considerazioni.

Il silenzio nella seduta psicoanalitica

L’analista quando accoglie nel suo studio l’analizzando cerca di creare un’atmosfera particolare: una sorta di sfondo silenzioso dal quale si possono mettere in evidenza le parole. Questo sfondo silenzioso inizialmente genera nel paziente una certa inquietudine, apprensione, persino paura ma nello stesso tempo può stimolare la curiosità e l’interesse della persona.

E’ inoltre possibile distinguere nella seduta psicoanalitica il silenzio che proviene dall’analista ed il silenzio del paziente. Il silenzio dell’analista consente al paziente di avere lo spazio per iniziare a parlare. Attraverso il riserbo dell’analista, generalmente avviene che il paziente si sente motivato a dire tutto quello che gli preme.

Il dialogo analitico è però un dialogo particolare in cui c’è asimmetria, per cui in linea di massima è l’analizzando a dover parlare, l’analista per lo più ascolta. Capita spesso che il silenzio dello psicoanalista anche se finalizzato a dare spazio all’altro, possa essere sentito dall’analizzando in modo angoscioso.

Il silenzio dell’analista può ad esempio rimettere in moto nell’analizzando dei punti psichici che contengono esperienze molto dolorose sprofondate nell’inconscio e che, proprio a seguito del tipo particolare di distribuzione unilaterale dei ruoli, di chi deve parlare e chi invece deve tacere, riemergono sulla scena con tutta la loro carica emotiva.

Caso studio

Francesca – così chiamerò un’analizzanda con cui lavoro da circa due anni che ha avuto un ricovero a causa di un’esperienza dissociativa – durante i primi mesi di avvio dell’analisi mi rimprovera di essere silenzioso, di parlare poco ed afferma di non voler parlare più.

Dice che lei ha bisogno di comunicare con una persona che le parli, per questo è venuta in analisi ma invece osserva che questa cosa non avviene. Mi riferisce di essere figlia unica e quindi non ha avuto una sorella o un fratello con cui poter parlare e giocare.

Nelle sedute riporta le difficoltà di dialogo avute con i genitori, cui si sono poi aggiunte le grandi difficoltà di comunicazione col marito, ora sottolinea le difficoltà di scambio col sottoscritto.

Le parole utilizzate dalla signora, oltre al significato, contenevano e riempivano la stanza di tutta una turbolenza, una serie di emozioni che andavano dalla collera ribelle, all’odio, allo scontro, alla violenza. Io continuavo a rimanere prevalentemente in silenzio e dopo un po’osservavo che questa esperienza emotiva decantava e nelle sedute successive tornava ad esserci un ripristino del clima emotivo caratterizzato da emozioni più stemperate, pacate.

Ma, in seguito, durante una seduta si ripresentò la situazione sopra descritta che raggiunse un apice e ad un certo punto la paziente, dopo un silenzio piuttosto prolungato, iniziò a parlare e riferì un ricordo che le era venuto in mente proprio in quel momento: “quando ero bambina, avevo delle difficoltà di comunicazione a scuola.

Ero piuttosto brava ma le interrogazioni non le potevo fare oralmente perché non riuscivo a parlare, mi bloccavo e non riuscivo a dire più nulla….questa limitazione l’ho avuta per tutto il ciclo scolastico…allora con le varie insegnanti trovammo come accorgimento quello di fare le interrogazioni per iscritto.

Ho sofferto molto per tutto il periodo scolastico, mi sono sentita molto umiliata nei confronti del resto degli altri studenti”. Stare in seduta in modo silenzioso, che non significa muto, dopo numerose settimane l’inizio dell’analisi attivava nella paziente una esperienza emotiva inquietante, perturbante, la rimetteva a contatto con i suoi propri silenzi avvenuti in presenza dell’altro nel corso della sua storia personale.

Attraverso il transfert io diventavo una di quelle figure importanti della sua infanzia ed adolescenza con cui era difficile il dialogo, ma diventavo anche l’insegnante di turno del passato con cui si era generato tanto terrore da impedirle di poter svolgere normalmente l’interrogazione scolastica.

La paziente voleva che parlassi con lei così come può avvenire in una cena con degli amici. Voleva che avessi con lei una conversazione di tipo comune e non quella che caratterizza il dialogo analitico, perché se avessi smesso di stare in silenzio e avessi iniziato a comunicare nel modo in cui si aspettava la paziente, lei sarebbe riuscita ad allontanarsi da quei punti psichici attivatisi a seguito della situazione analitica che contenevano il ricordo estremamente doloroso, il vissuto emotivo di quell’esperienza così angosciante.

Ma se ciò fosse avvenuto, la paziente avrebbe continuato a mantenere scissa da se quella se stessa offesa e arrabbiata, come pure tutta quella situazione carica emotivamente e mai elaborata e trasformata. La vicenda attuale, quella vissuta in analisi fu interpretata e collegata a quella remota ed inoltre la potemmo esplorare insieme in profondità.

E’ in questo modo che poi può essere integrata più armoniosamente al resto della propria persona. Quella particolare situazione che si presentò nel dialogo analitico fu totalmente superata, non si è più ripresentata, dissolta.

L’analisi procede tuttora, anche se con le naturali difficoltà che si incontrano in un percorso analitico, senza il condizionamento di quel fantasma del passato. Posso affermare che l’esperienza fatta dalla paziente in analisi, le permise di acquisire una migliore conoscenza di se stessa e questo si tradusse in un legame nella sua mente.

Riflessioni sul caso studio

Possiamo sintetizzare in un enunciato preciso questo punto e cioè: vivere l’esperienza + conoscere l’esperienza = crea legami nella propria mente. La paziente funzionava nella sua mente nel senso di slegare, di scollegare e questo costante funzionamento l’aveva anche portata a subire un ricovero, lo psicoanalista al contrario lavora a favore del collegare, dell’integrazione, non della scissione.

Il silenzio dell’analista nella seduta non segue una regola in modo standardizzato, astruso ma viene dosato e modulato adeguatamente a seconda dei casi.

Un silenzio eccessivo dell’analista può far sentire completamente sola una data persona, mentre in altri casi, come insegna Nacht, il silenzio di entrambi può diventare un dialogo non verbale per vivere insieme un momento sereno in cui non è più necessario parlare.

Per quanto attiene il silenzio del paziente è importante che questi sappia di essere libero in seduta di rimanere in silenzio così come di essere libero di parlare. “Privilegiare il parlare rispetto al silenzio, sostiene Ogden (1997, p.69), la condivisione rispetto alla riservatezza, la comunicazione rispetto alla non comunicazione, è a mio avviso non analitico…”.

Il silenzio prolungato del paziente rappresenta invece una resistenza al procedere della psicoanalisi. Alla persona possono essere venuti in mente pensieri imbarazzanti che non vuol riferire ed allora nella seduta si presenta un silenzio.

Il silenzio del paziente, come ci ricorda Greenson (1978), può rappresentare anche una identificazione con un oggetto inanimato, addormentato o morto. In altri casi accade che il silenzio dell’analizzando esprima la paura che le sue idee possano contaminare l’altro ed allora si astiene dal parlare.

Vallino Macciò (1992) riporta, a questo proposito, un caso in cui una paziente selezionava quello che le veniva in mente, al punto che certe volte non aveva più niente da dire. Un silenzio prolungato si può presentare come reazione ad una interpretazione: può indicare la correttezza o l’erroneità dell’intervento.

Alcuni pazienti hanno bisogno di stare un po’ in silenzio per metabolizzare la nuova presa di coscienza. A questo silenzio, se l’interpretazione è corretta, segue del materiale di conferma. Altri rimangono in silenzio quando la proposizione è errata. In questi casi il silenzio indica in genere una delusione per non essere stati compresi.

Caso studio 2

Giovanna – un’analizzanda che seguo solo da circa un anno – non viene alla seconda seduta della settimana e non telefona come ha sempre fatto quando a causa di un impegno scolastico non ha potuto frequentare la seduta. In realtà sul finire della seduta precedente mi accorsi di essere stato eccessivo nel sottolineare un aspetto scottante della sua persona in cui manifesta forti inibizioni.

Non che fosse errato l’intervento ma il modo in cui lo proposi non tenne conto, in quel momento, del particolare modo di funzionare della persona. Non avevo tenuto in considerazione, come invece avevo fatto nelle numerose sedute precedenti, che essendo la signora una persona con un funzionamento narcisistico di personalità, avrebbe reagito con una particolare suscettibilità, fino ad arrivare a sentire come critica, offesa o svalutazione quello che avevo detto.

Quando l’accompagnai alla porta di ingresso dello studio, la vidi in viso amimica, raggelata, rigida nel darmi la mano. E pensai: “vuoi vedere che la prossima volta salterà la seduta ?”. E così fu. La paziente non riuscì a venire in seduta, produsse un silenzio totale di seduta, era troppo delusa e arrabbiata con me per venire e parlarmene.

Anche la successiva seduta la saltò ma mi avvisò telefonicamente poco prima, senza motivare le sue assenze come invece aveva fatto in altre occasioni. La seduta successiva a quella della telefonata, tornò, si sdraiò sul lettino e stette in silenzio per diverso tempo, cosa che non era mai accaduta prima di allora.

Io cercai di esplorare dentro di me ed ascoltare le emozioni che attivava quel tipo di silenzio ed approdai alla conclusione che quel silenzio esprimeva sia dell’ostilità contro di me ma soprattutto una sorta di inutilità a parlare, tanto non veniva capita.

Quando interruppi il silenzio della paziente chiedendole cosa stesse pensando in quel momento, mi rispose ed asserì che aveva avuto problemi di rapporto con l’istruttore della palestra e in aggiunta ri-teneva che per causa sua una cliente della palestra se ne era andata, che con sua madre ed il fratello non si capiva ed infine disse che il problema dipendeva da lei che non sa stare in relazione ed affermò che questo problema lo avvertiva anche nella relazione con il sottoscritto.

A quel punto le dissi che doveva aver vissuto molto male il mio intervento nella scorsa seduta e che aveva attribuito a se stessa se non andava questa relazione mentre io le dissi che mi ero accorto di essere stato poco delicato la seduta passata, che quando mi ero proposto in un altro modo durante i mesi di lavoro precedenti lei aveva risposto più costruttivamente, si lavorava ed aveva mostrato tutta una propositività. Dopo questo intervento di chiarificazione vidi la paziente più sollevata, di nuovo come prima di questa impasse.

Conclusioni

Alcuni pazienti richiedono che l’analista abbia con loro un approccio molto delicato e che sia genuinamente interessato a comprendere e risolvere il conflitto relazionale che il silenzio esprime, se ciò avviene il paziente si sblocca, consentendo all’analisi di riprendere il percorso.

E concludo con le profonde parole di Eugenio Borgna (2009, p.87), che condivido pienamente, riportate nel suo ultimo testo: “alle ferite dello spirito non ha senso avvicinarsi con parole stanche e inutili, formali e desertiche, aride e raziocinanti, che non servono a nulla. Solo se ad esse ci accostiamo con parole che nascono dal cuore e dal silenzio, dalla passione della speranza e dalla immedesimazione, dalla pazienza e dalla tolleranza, allora possiamo essere d’aiuto”.

Fonte: rivistaimpronte.net

Autore: Massimo Belisario

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